Giubbotti Antiproiettile… “Con i piedi per terra”

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Cosa sono e come funzionano… Realmente

Un altro “pezzo a 4 mani” buttato giù insieme all’Amico, nonché MaestroGianfranco Guccia. Tengo sempre a ricordare che questo articolo è stato pubblicato nel dicembre 2010 sulla rivista Action Arms del Grande Paolo Tagini.

L’ispirazione per questo articolo è venuta alla luce qualche mese addietro quando, tra i soliti palinsesti televisivi, gli scriventi hanno avuto modo di valutare l’ultimo episodio della fiction “Squadra antimafia – Palermo oggi 2”.
Verso la fine della puntata, indubbiamente ricca di suspense e colpi di scena, una delle protagoniste, munita di giubbotto antiproiettile, viene colpita in pieno torace da un colpo esploso a pochi metri da un fucile di precisione… ovviamente l’eroina, dopo pochi istanti di “mancamento”, si alza da terra totalmente incolume prendendo tra le dita il proiettile (un 45?) che aveva attinto al suo eccezionale giubbotto.
Foto 1. Alcuni fotogrammi estratti dalla fiction “Squadra antimafia – Palermo oggi 2”, ottavo episodio. A.Un cecchino punta e fa fuoco sulla protagonista “protetta” da giubbotto antiproiettile. B.-C.In questi due fotogrammi è possibile identificare la classe d’arma utilizzata, un fucile di precisione “Bolt Action”, verosimilmente uno “Steyr SSG Police” in calibro 308 Winchester. D.Oltre a essere uscita del tutto illesa dall’urto, la protagonista riesce con molta facilità ad estrarre il proiettile dal giubbotto. Questa protezione balistica (purtroppo scenica) non risulta miracolosa soltanto per chi la indossa: lo è indubbiamente anche per il proiettile (calibro 45?), che non presenta alcuna deformazione da impatto. Purtroppo nella realtà le cose non stanno proprio così.




Lo spettatore comune, digiuno (o quasi) dei più semplici principi fisici sui quali si basano le protezioni balistiche, potrebbe anche prendere per “oro colato” tutto quello che viene rappresentato all’interno dei nostri ultra-tecnologici tubi catodici, così com’è ormai assuefatto alle scene hollywoodiane nelle quali un individuo, attinto da un colpo esploso da un’arma da fuoco, ha il “brutto vizio” di percorrere (o volare!) spazi non ben definiti… ma questo è un altro caso.
Si precisa che con questo breve scritto non si vuole attaccare la cinematografia, italiana o straniera; semplicemente, vorremmo fugare la serie di dubbi venuti a tutti quei lettori che, come noi, un paio di domande in più se le son fatte!
Se poi i maestri d’armi che curano i “conflitti a fuoco” si attenessero un po’ più alla realtà… sarebbe più che ben accetto!

Un po’ di storia

Nonostante i due grandi conflitti mondiali, di protezioni balistiche individuali e giubbotti antiproiettile si inizia a parlare seriamente intorno agli anni ’60.
Come mai? È una tecnologia così moderna? 
Per rispondere a simili quesiti, la realizzazione di un lavoro costruttivo implica certamente una breve ricerca indietro nel tempo.
Dalle rappresentazioni e dai ritrovamenti dell’epoca, possiamo affermare con sicurezza che già gli antichi Romani, così come gli Egizi, i popoli Mesopotamici e anche i Greci, utilizzavano protezioni del capo e del busto, nei materiali più diffusi al tempo, come il cuoio, l’ottone, il bronzo e il rame.
Certo, se la loro efficacia poteva essere appena bastevole per i fendenti affondati da spade o pugnali, a poco servivano contro i temibili dardi scagliati dagli arcieri.
Un punto si svolta lo si può già intravedere nel Medioevo; non tanto in Europa, dove i cavalieri vestivano con cotta di maglia e corazza, quanto nella lontana Cina.
Fu proprio nella terra unificata da Ch’in che i soldati presero a utilizzare, già nel III secolo a.C., protezioni individuali basate sull’apposizione di lamelle di carta; intorno all’anno 1000 d.C., appunto, gli armaioli del sol levante pensarono bene di aumentare il livello di protezione dei propri combattenti ridisegnando le armature e, ispirandosi alle squame dei pesci, realizzarono quelle che restarono poi le migliori protezioni individuali sino all’avvento delle armi da fuoco.
Queste protezioni, dato il loro modestissimo peso, non intaccavano la mobilità del soldato: 100/150 strati di carta compressa e levigata componevano una lamella, ognuna sovrapposta per ¼ alla successiva (dal basso verso l’alto), costituendo nel complesso una barriera in grado di arrestare perfettamente il moto di qualunque dardo.
Foto 2. Tipica armatura romana.

Foto 3. Particolare dell’armatura da “Balestriere” germanico. Questa soluzione, efficace contro le frecce ma indubbiamente molto pesante, prevedeva l’apposizione di “squame” metalliche sopra la comune cotta di maglia.

Foto 4. L’armata di terracotta di Xian, voluta dall’imperatore cinese Shi Huangdi per il proprio mausoleo (210 a.C.), vestiva una primordiale armatura di carta. Intorno all’anno 1000 d.C., gli armaioli cinesi ne migliorarono l’efficacia realizzando un design “a squame di pesce” e aumentando così lo strato assorbente. Queste protezioni individuali, oltre ad essere molto leggere, erano in grado di proteggere il combattente dalle frecce degli arcieri e dai temibili “dardi” delle baliste.

Foto 5. Cotta di maglia in “dotazione” ai cavalieri medievali.




Con l’invenzione della polvere nera, e delle armi da fuoco, si cercò con scarsi risultati di proteggere le truppe dai colpi nemici: i materiali che componevano i primi giubbotti antiproiettile, per lo più lastre di titanio, appesantivano notevolmente i soldati; per questa ragione ci si limitò a sviluppare solamente delle pressoché valide protezioni in acciaio per il capo (adottate per la prima volta in Germania nel 1915).
Gli anni delle due grandi guerre velarono il mondo di un’orribile caligine d’indifferenza, dove l’individuo era solamente un numero sostituibile; anche in questo caso, neanche a dirsi, le ricerche per tutelare la vita dei combattenti al fronte furono alquanto limitate… gli sviluppi in tal senso dovettero attendere la fine della seconda guerra mondiale.
Come spesso è facile riscontrare, la storia delle armi segue di pari passo l’evoluzione umana: il risveglio delle coscienze nel secondo dopoguerra, la progressiva estensione dell’abolizione della pena di morte, oltre alla concomitante valorizzazione della vita, fecero da “pungolo” per lo sviluppo di nuove tecnologie impiegabili nel campo delle protezioni balistiche.
L’imprinting fornito dalle esperienze medievali, orientali ed occidentali fu alla base dei disegni dei primi “veri” giubbotti antiproiettile, a partire dagli anni ’60; un passo dopo l’altro si arriva sino ai giorni nostri, con l’impiego del Kevlar™ della DuPont™ o di altri tessuti aramidici, coadiuvati dall’introduzione di piastre ceramiche (al boro) aggiuntive per garantire la protezione da calibri “sostenuti”.
Foto 6. Il giubbotto antiproiettile di classe “III-A” utilizzato per la stesura del testo. In questa immagine la superficie toracica è stata colpita da un proiettile calibro 9 che replica le caratteristiche dinamiche del famigerato 9 “Parabellum”.

La classificazione delle protezioni balistiche

Tralasciando quelle che sono le protezioni per il capo, e quelle specifiche per l’impiego degli esplosivi, le protezioni balistiche individuali si suddividono nelle seguenti classi:
Il giubbotto utilizzato per questa prova è un Goldflex™ a 24 strati, con piastra Trauma Plate, di classe III-A, realizzato con l’omonimo materiale aramidico.
Le parti protettive, quindi quelle poste anteriormente e sul fronte posteriore, sono ricoperte da uno strato di neoprene, al fine di proteggerle dall’irradiazione solare e da altri agenti esterni (acqua, sudore ecc.).
Alla piastra Trauma Plate è invece demandato il compito di uniformare su tutto lo spazio toracico (con attenuazione del Blunt Trauma, o trauma indotto) il trauma generato dall’impatto con un agente balistico: un elemento indispensabile per l’operatore, al quale è sempre richiesta una pronta reazione.
Foto 7. L’etichetta d’identificazione del giubbotto recante la classe, l’anno e il mese di produzione, il numero di serie.

Foto 8. Dettaglio della piastra “Trauma Plate” per la propagazione del cosiddetto “trauma indotto”: oggi è presente (dotazione od opzionale) sulla quasi totalità dei giubbotti antiproiettile in commercio.

Sfatiamo qualche mito… la prova!

Prendiamo per esempio l’immagine 1-D.
L’attrice, dopo essere stata colpita, estrae dal proprio giubbotto (con le mani) un proiettile praticamente intatto… nella realtà, per estrarre i proiettili sparati per la stesura di questo articolo, gli autori si sono dovuti attrezzare di bisturi e una buona dose di pazienza, fermo restando che non c’è caso in cui la palla è rimasta indenne dagli effetti dovuti all’impatto.
Foto 9. 10. Ecco come si presenta la parte anteriore del giubbotto al termine della prova; eliminato lo strato in neoprene, è possibile riscontrare come si è comportata sul campo la protezione balistica. L’unica palla ad oltrepassare i 24 strati di “Goldflex™” è stata la 38 Special THV da 45 grani, del primo lotto di produzione.

Foto 11. 12. La parte posteriore del giubbotto, sulla quale è stato esploso il colpo di calibro 12 con caricamento “a pallettoni”, ha assolto egregiamente al proprio compito: nessun agente balistico ha superato gli strati di “Goldflex™”.

Nelle righe che seguono vengono esposti le risultanti di un test “a fuoco” effettuato a 5 metri, con armi e munizionamento differenti.







Foto 13.  Gianfranco Guccia, coautore dell’articolo, con la sua inseparabile Smith & Wesson mod. 27.
Da questi test, risulta evidente come realtà e finzione raramente possano trovare un valido punto d’incontro…

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Marco Milazzo